Archivi categoria: Racconti dall’Officina

“Sole nero” di Mariarosaria Paesano

Sole Nero
di Mariarosaria Paesano

Ti guardo, Giocasta, e non ti riconosco. Tu, così fiera ed altèra. Scolpita nella tua bellezza senza pecche, perfetta, appagata e felice per il mondo e per te stessa fino a poche ore fa e ora improvvisamente svanita. Il bistro disciolto intorno agli occhi di brace e catrame forma pozze nere, listando a lutto il tuo volto. Sei esanime anzitempo, mi costringi al turbamento. Sebbene io non possa incresparmi lo farei, magari fossi d’acqua!, pur di sottrarmi all’orrore del vuoto che mi costringi a riflettere d’ora in avanti. Portami con te, che io rovini e m’infranga quando spegnerai la vita. Nessun’altra immagine mi attraversi, lascia che io appartenga a te sola ed immoli la mia immortalità di povera cosa alla fedeltà ben più ambita ai tuoi sguardi regali.

Nascesti regina, e non solo per stirpe, né per le nozze che ti toccarono in sorte. Non so se anche semidea, tuttavia c’era qualcosa in te che ti rendeva unica, ultraterrena. Tu rapivi, catturavi, ammaliavi. Avrei voluto udire il tuo primo vagito, nell’istante in cui il sole ti tenne a battesimo, sfiorarti con la più delicata delle carezze, raccogliere il tuo respiro originario, ma non ero ancora accanto a te. Non ho colto i tuoi primi passi né le tue prime parole. Nessuno può esserci sempre, lo so, tu sola non ti sei abbandonata mai.

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“Ti amo più di sempre” di Gaetano Nocerino

Ti amo più di sempre
di Gaetano Nocerino


Come fate a viv­ere al buio? A nutrirvi, ad accoppiarvi, a trascorrere i vostri giorni senza poter mai vedere la luce del Sole?”

Erano queste le domande che Emanuela ripeteva di continuo, senza che mai nessun commensale – era così che piaceva definirli – si degnasse di rispondere, magari distaccandosi un istante dalla voracità che esibiva continuamente. Ripeteva queste domande come fossero parte di una cantilena muta, oramai senza aspettarsi reazione. Le piaceva però immaginare che la propria voce potesse ancora rimbalzare sulle pareti di legno che la circondavano.

Ad un tratto, tra miliardi di accaniti divoratori di carne e in un ronzio assordante come di mosche impazzite che sbattono contro i vetri delle finestre, a Emanuela parve di percepire una risposta.

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“Nel Quartiere” di Feliciano Pipola

Nel Quartiere
di Feliciano Pipola


Mauro Bianchi, solo e senza un lavoro stabile – l’ultimo era stato come fresatore in un’officina alla periferia della città, prima di essere licenziato causa tagli al personale, almeno questa era stata la motivazione ufficiale – all’alba dei cinquanta si ritrovò a vivere al secondo piano di una palazzina di tre, in quella che un tempo era stata la casa della sua infanzia e della prima giovinezza. Senza una famiglia né il desiderio di farsene una, erano due le cose a cui teneva più di ogni altra: il calcio, o meglio, la squadra del Napoli e la pensione di invalidità della madre, ormai vecchia e malata, con cui condivideva l’appartamento.

Quando non era impegnato in qualche lavoretto saltuario, rimediato in un’officina o da un viso noto del quartiere, Mauro Bianchi trascorreva il suo tempo al centro scommesse sotto casa. Non aveva particolari aspettative riguardo le sue giornate. Dopo la controra trascorsa a sonnecchiare su una sdraio sul balcone di casa dietro le persiane, verso le sei infilava canottiera e pantofole, ficcava il giornale nella tasca posteriore dei bermuda di jeans lisi come la sua fronte bruciacchiata dal sole di metà luglio e scendeva a puntare quello che aveva. Spiegava su un tavolino il quotidiano alle pagine dello sport e, con un occhio al foglio ed uno ai monitor, buttava giù i suoi pronostici, tra un sorso e un altro di una birra e una scodella di arachidi. S’infilava in qualche discussione se l’argomento era il calcio o qualche altro sport, due colpi al biliardo se in un crocchio erano dispari per una partita regolare e poi birra, birra, birra. Birra fino a quando, alle undici di sera, ad offrirgliene una era Gaspare, il gestore del locale, non prima però di avergli strappato la promessa di andarsene via e consentirgli così di passare lo straccio e tirare giù la saracinesca. Mauro, allora, sul marciapiede, tirava via la linguetta dalla lattina e iniziava a tracannare, un po’ in bocca un po’ sul mento e la barba e caracollava verso il portone di casa. Saliva a tentoni le scale, girava la chiavi nella serratura ed infilava il corridoio. Asciugava la bava intorno alla bocca della madre se era ancora immobile sulla poltrona con gli occhi fissi davanti alla televisione oppure, se era andata già a letto, si stravaccava sulla sdraio fuori al balcone e prendeva a fumare. Ed era lì che si addormentava se la sbornia era troppo forte per farlo rialzare e andarsene a letto.

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“Pulex” di Guido Donatone

Pulex
di Guido Donatone


Mi chiamo Pulex. Sono piccina, molto piccina. Una volta per vedermi in uno specchio ho dovuto fare un salto piuttosto pericoloso. Troppo in alto per me, che pure salto bene, a fianco del letto del mio uomo. Vivo di solito nel cespuglio dell’inguine di un uomo che non ho nemmeno scelto. Lui mi ospita senza saperlo e cerco di dargli nessun fastidio. Succhio il suo dolce sangue solo in caso di estrema necessità: rischierei di beccarmi un’unghiata feroce. Preferisco nutrirmi altrove. Glielo devo in cambio del gradevole caldo riposante rifugio che mi offre. Devo guardarmi dal girovagare specie sulla sua schiena: ha comprato nel bazar di Istanbul una lunga maledetta mano grattante che gli arreca piacere, ma a me mi fotte. Non ci tengo affatto a farmi vedere. Quella volta del salto alto rimasi delusa –  meno male,  fu fuggevole – del mio aspetto. Sono fatta così. Inutile perdere  tempo a biasimarmi.

Sono di natura femminile, ma non capricciosa come le donne. Mi accontento. Sono accomodante  se bene accomodata. Tornando al mio uomo sono alquanto soddisfatta: è  giovane e di gentile aspetto, l’odore del suo corpo è gradevole. Una volta mi è frullato nella testa di saltare dall’inguine al più grato tepore dei testicoli. Mal me ne incolse. Lui chiama tutti coglioni, ma i suoi li tiene in grande conto. Li gratta  sovente, poi ho scoperto che non ce l’aveva con me: incontrava persone sgradevoli. Sono tornata , come vuole il proverbio, alla vecchia via. Lui sorride quando si guarda nello specchio, e lo fa spesso, ma per mirarsi il mio uomo non ha  bisogno di saltare. Salta solo sulla motocicletta.  

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“Ufo” di Maurizio Buonfantino

Ufo
di Maurizio Buonfantino


Sulla spiaggia di Vindicio è apparso ieri uno strano coso. Sulle prime sembrava un cartone animato gemello di Supermario Bros, ma i bambini, eccitatissimi, che per primi lo hanno avvicinato, sono tornati piangenti dalle mamme riferendo che quel coso non voleva giocare con nessuno se non a Trottola. Poi si è avvicinato Giocasta, noto cineasta dei tubi di Formia, che ha riferito di averlo visto interpretare nel film “Tempi moderni” con Charlie Chaplin il ruolo di un frantoio elettrico.

Ma John, noto musicofilo scaurese, ha asserito, con una sicurezza invidiabile , che quel coso è stato di sicuro lo spunto per la nascita di una canzone di successo degli anni novanta interpretata da Mietta: Trottolino Amoroso.

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“Il frigorifero” di Daniela Garofalo

Il frigorifero
di Daniela Garofalo


Finalmente era lì in tutto il suo splendore, a far bella mostra di sé. Rosso fiammante, campeggiava al centro di quella cucina vecchia e malandata oscurando tutto il resto, mobili ingialliti, fornelli incrostati dal grasso e dal tempo, rubinetti opacizzati dal calcare. Accerchiato da uno squallore ostinato il frigorifero nuovo sovrastava come una primadonna avvezza ad attorniarsi di ballerine goffe e sgraziate affinchè il suo fascino potesse risplendere indiscusso. Era il frigorifero bombato che aveva scelto di acquistare malgrado il prezzo e che rappresentava il suo piccolo riscatto per esorcizzare la sconfitta. La sconfitta di non riuscire a mantenersi da sola con il suo lavoro, la sconfitta di non avere un nido.

Adele ritornava nell’abitazione familiare e per fortuna, avrebbe detto qualcuno, aveva ancora un tetto sulla testa. Si era trasferita lì per viverci da sola, dopo una relazione tormentata finita quando le energie le erano venute meno. I genitori erano morti e il fratello non voleva venderla quella casa per niente amata. Le aveva chiesto di aspettare:

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